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Chiara Locatelli: la medicina come atto di presenza - Blog Formazione continua
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- Chiara Locatelli: la medicina come atto di presenza
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Quando decise di partire per New York, Chiara Locatelli era una giovane medico convinta che bastasse padroneggiare le procedure per non avere dubbi. Arrivata al Columbia University Medical Center, ha scoperto che ciò che conta davvero è lo sguardo, la presenza, la capacità di essere accanto anche quando le cure mirate alla guarigione non bastano più.
Oggi guida l’Unità di Comfort Care neonatale del Sant’Orsola‑Malpighi Hospital a Bologna e, dal prossimo gennaio, sarà docente al corso “Cure di comfort – Cure palliative neonatali” della SUPSI, per trasmettere a ginecologi, pediatri, infermieri e levatrici un approccio che non considera la fragilità come un fallimento, ma come parte della vita.
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Dobbiamo recuperare il senso originario della cura, che non è delegabile alla tecnologia
Chiara Locatelli
D: Hai passato anni alla Columbia University Medical Center, nel cuore di Manhattan, studiando cure palliative perinatali. Poi sei tornata in Italia per guidare l’unità Comfort Care al Sant’Orsola. Cos’hai portato con te da New York: un metodo, un modo di guardare, un ritmo? E c’è invece qualcosa che hai dovuto “disimparare” tornando in Italia?
Quando sono partita per New York, ero una giovane medico convinta che bastasse imparare linee guida e tecnicismi per non avere dubbi nella pratica clinica. Pensavo che la sicurezza venisse dalla padronanza delle procedure. Alla Columbia, invece, ho scoperto qualcosa di molto diverso: in un ambiente ad altissima tecnologia, i miei maestri mi hanno insegnato che il primo strumento resta lo sguardo. Osservare, seguire passo passo il paziente, capire i segnali prima ancora di intervenire. Ho imparato che la tecnologia serve solo se sostiene questa attenzione. Tornando in Italia ho portato con me questo metodo, molto strutturato ma profondamente umano. È anche ciò che mi ha avvicinata alle cure palliative: la consapevolezza che, come medici, abbiamo il compito di curare anche quando non possiamo guarire. L’irreversibilità non è un limite, ma una nostra responsabilità.
D: Negli articoli che ti riguardano si percepisce una convinzione forte: che la cura non è un gesto tecnico ma un atto di presenza. Forse per chi lavora in sanità questa è una verità intuitiva, che si scopre più vivendo che studiando. C’è stato un episodio, un incontro, un neonato, a cui senti di poter attribuire questa consapevolezza?
Penso subito a una famiglia e a un bambino che chiameremo Davide. Era una gravidanza gemellare: uno dei due bambini era sano, l’altro presentava un’encefalia. I genitori erano venuti per valutare un’interruzione selettiva. Quando ho incontrato la madre, le ho spiegato che, se avesse scelto di portare avanti la gravidanza, avremmo accompagnato il bambino con cure di conforto, facendole spazio per tenerlo in braccio, conoscerlo, vivere quel tempo insieme. Dopo qualche settimana, è tornata, con un’altra consapevolezza: aveva deciso di vivere anche quella parte della maternità. Alla nascita abbiamo seguito Davide evitando manovre invasive, garantendogli solo comfort e vicinanza. È stato accolto tra le braccia della madre, e in quel gesto c’era tutta la cura possibile. Quell’esperienza ha cambiato anche me: mi ha insegnato che la cura non è un atto tecnico, ma la possibilità di restare. Mi ha scritto, dopo, parlando del suo bambino come di “un fiore nato nella nuda roccia”. Credo che da lì sia nato anche il nostro modo di lavorare in équipe, con ostetriche, ginecologi, infermieri, tutti parte di un percorso condiviso. Come dice un proverbio africano che amo molto: se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme.
D: Nella tua Unità ti occupi anche di neonati con malformazioni congenite. Come si affronta, in équipe, un caso così complesso? E come si fa a restare lucidi, ma umani ed empatici, di fronte a tanta fragilità?
In questi percorsi la prima consapevolezza è che da soli non si va da nessuna parte. Ci vuole competenza medica, conoscenze tecniche solide, ma anche la capacità di stare accanto alle famiglie, che diventano parte integrante dell’équipe. I casi che seguiamo sono difficili, ma dentro quella fragilità c’è un’umanità enorme. A volte si pensa che il nostro lavoro sia solo dolore, invece c’è tanto amore, tanta forza. Accompagnare queste famiglie significa condividere con loro un pezzo di strada. Col tempo si crea una rete vera, fatta di professionisti che si sostengono e si ascoltano. Anche per noi è un modo per restare lucidi senza diventare distanti: la condivisione diventa parte della cura.
D: Nel nostro blog abbiamo affrontato più volte il tema delle cure palliative precoci, ed è emerso come spesso siano percepite come un ossimoro. Quanto è difficile far entrare la parola “palliativo” in un reparto neonatale senza che suoni come una resa?
Serve una vera rieducazione culturale. Le cure palliative non sono “dopo”, ma dentro il percorso di cura, fin dalla diagnosi, che spesso arriva in epoca prenatale. La prognosi può essere incerta, i quadri clinici complessi, ma l’obiettivo resta lo stesso: garantire qualità di vita al bambino, permettere ai genitori di tenerlo in braccio, alimentarlo, idratarlo, far sì che non provi dolore. A volte non usiamo nemmeno la parola “palliativo”: preferiamo parlare di comfort care. Per molti la parola “palliativo” suona come una resa, ma in realtà significa proporzionalità: scegliere gli interventi che servono davvero, guardando al paziente nella sua interezza. Negli ambiti più intensivi, dove intervengono tanti specialisti, si rischia di guardare il paziente “a pezzi”. Le cure palliative aiutano a ritrovare una visione olistica, a vedere la persona nella sua interezza.
Quando sono partita per New York, ero una giovane medico convinta che bastasse imparare linee guida e tecnicismi per non avere dubbi nella pratica clinica. Pensavo che la sicurezza venisse dalla padronanza delle procedure. Alla Columbia, invece, ho scoperto qualcosa di molto diverso: in un ambiente ad altissima tecnologia, i miei maestri mi hanno insegnato che il primo strumento resta lo sguardo. Osservare, seguire passo passo il paziente, capire i segnali prima ancora di intervenire. Ho imparato che la tecnologia serve solo se sostiene questa attenzione. Tornando in Italia ho portato con me questo metodo, molto strutturato ma profondamente umano. È anche ciò che mi ha avvicinata alle cure palliative: la consapevolezza che, come medici, abbiamo il compito di curare anche quando non possiamo guarire. L’irreversibilità non è un limite, ma una nostra responsabilità.
D: Negli articoli che ti riguardano si percepisce una convinzione forte: che la cura non è un gesto tecnico ma un atto di presenza. Forse per chi lavora in sanità questa è una verità intuitiva, che si scopre più vivendo che studiando. C’è stato un episodio, un incontro, un neonato, a cui senti di poter attribuire questa consapevolezza?
Penso subito a una famiglia e a un bambino che chiameremo Davide. Era una gravidanza gemellare: uno dei due bambini era sano, l’altro presentava un’encefalia. I genitori erano venuti per valutare un’interruzione selettiva. Quando ho incontrato la madre, le ho spiegato che, se avesse scelto di portare avanti la gravidanza, avremmo accompagnato il bambino con cure di conforto, facendole spazio per tenerlo in braccio, conoscerlo, vivere quel tempo insieme. Dopo qualche settimana, è tornata, con un’altra consapevolezza: aveva deciso di vivere anche quella parte della maternità. Alla nascita abbiamo seguito Davide evitando manovre invasive, garantendogli solo comfort e vicinanza. È stato accolto tra le braccia della madre, e in quel gesto c’era tutta la cura possibile. Quell’esperienza ha cambiato anche me: mi ha insegnato che la cura non è un atto tecnico, ma la possibilità di restare. Mi ha scritto, dopo, parlando del suo bambino come di “un fiore nato nella nuda roccia”. Credo che da lì sia nato anche il nostro modo di lavorare in équipe, con ostetriche, ginecologi, infermieri, tutti parte di un percorso condiviso. Come dice un proverbio africano che amo molto: se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme.
D: Nella tua Unità ti occupi anche di neonati con malformazioni congenite. Come si affronta, in équipe, un caso così complesso? E come si fa a restare lucidi, ma umani ed empatici, di fronte a tanta fragilità?
In questi percorsi la prima consapevolezza è che da soli non si va da nessuna parte. Ci vuole competenza medica, conoscenze tecniche solide, ma anche la capacità di stare accanto alle famiglie, che diventano parte integrante dell’équipe. I casi che seguiamo sono difficili, ma dentro quella fragilità c’è un’umanità enorme. A volte si pensa che il nostro lavoro sia solo dolore, invece c’è tanto amore, tanta forza. Accompagnare queste famiglie significa condividere con loro un pezzo di strada. Col tempo si crea una rete vera, fatta di professionisti che si sostengono e si ascoltano. Anche per noi è un modo per restare lucidi senza diventare distanti: la condivisione diventa parte della cura.
D: Nel nostro blog abbiamo affrontato più volte il tema delle cure palliative precoci, ed è emerso come spesso siano percepite come un ossimoro. Quanto è difficile far entrare la parola “palliativo” in un reparto neonatale senza che suoni come una resa?
Serve una vera rieducazione culturale. Le cure palliative non sono “dopo”, ma dentro il percorso di cura, fin dalla diagnosi, che spesso arriva in epoca prenatale. La prognosi può essere incerta, i quadri clinici complessi, ma l’obiettivo resta lo stesso: garantire qualità di vita al bambino, permettere ai genitori di tenerlo in braccio, alimentarlo, idratarlo, far sì che non provi dolore. A volte non usiamo nemmeno la parola “palliativo”: preferiamo parlare di comfort care. Per molti la parola “palliativo” suona come una resa, ma in realtà significa proporzionalità: scegliere gli interventi che servono davvero, guardando al paziente nella sua interezza. Negli ambiti più intensivi, dove intervengono tanti specialisti, si rischia di guardare il paziente “a pezzi”. Le cure palliative aiutano a ritrovare una visione olistica, a vedere la persona nella sua interezza.
Aggregatore Risorse
-
- In presenza
- 28 gennaio 2026
- Diurna
- Manno, stabile Suglio
- 0.0 ECTS
- 4 ore-lezione
D: Il tuo curriculum è una timeline di aggiornamenti continui: corsi, congressi, formazione internazionale. Quanto è importante, nella tua professione, continuare a formarsi? E cosa ti spinge, personalmente, a non fermarti mai?
A novembre tornerò a New York per un corso proprio su questi temi. Sono ambiti che richiedono conoscenza, ma anche confronto. La formazione, per me, non è solo aggiornamento: è la possibilità di creare relazioni, di scambiare esperienze con colleghi che affrontano le stesse scelte difficili e cercano, come me, di sostenerle con competenza e umanità. Ogni congresso, ogni corso è un’occasione per costruire una rete, nazionale e internazionale, di persone che hanno voglia di condividere e trasmettere sapere. Quando hai la responsabilità di un paziente, desideri avere tutti gli strumenti, tutta la conoscenza possibile, per poterlo accompagnare nel modo migliore.
D: Negli ultimi anni diversi studi parlano di traumi inter- e transgenerazionali, mostrando come esperienze di dolore o perdita possano lasciare tracce anche biologiche nelle generazioni successive. Nella tua esperienza con famiglie che vivono una nascita difficile o una perdita perinatale, ti capita di vedere questa memoria emotiva all’opera?
Sì, assolutamente. Sono esperienze che lasciano segni profondi e che richiedono una presa in carico dell’intera famiglia. Collaboriamo con associazioni che sostengono genitori di prematuri e famiglie in lutto, aiutando anche i fratellini a prepararsi a salutare il neonato. È un percorso che aiuta a costruire un senso, a trasformare il dolore in memoria e presenza.
D: Nel tuo percorso c’è un equilibrio raro tra scienza, etica e spiritualità. In aula, come si fa a parlare di etica senza cadere nella morale?
La bioetica è sempre più centrale, anche perché oggi abbiamo strumenti e possibilità che prima non c’erano. Ho scelto di approfondire questi temi con un master proprio per capire meglio il concetto di proporzionalità delle cure. Valutiamo insieme, come équipe, l’adeguatezza degli interventi, tenendo conto sia dei dati oggettivi sia della gravosità soggettiva per il paziente. L’etica è riflessione condivisa, non giudizio.
D: “Il compito del medico è non lasciare soli i genitori, anche quando non c’è nulla da fare”. Come si insegna a un futuro medico o infermiere a restare quando non si può guarire?
Oggi molti giovani vedono il medico come quello delle serie TV, sempre in azione. Ma la medicina è nata nei luoghi dove si moriva, non dove si guariva. Dobbiamo recuperare il senso originario della cura, che non è delegabile alla tecnologia. Quando ti trovi davanti alla morte, se non hai strumenti per starci, sei impacciato. Chi lavora nelle cure palliative accompagna anche l’équipe in questo percorso: esperienze difficili, ma che arricchiscono profondamente.
D: Se potessi consegnare alla generazione di nuovi medici una sola parola-chiave per il futuro, quale sarebbe? E uno strumento?
Direi che la parola chiave è mentori. Cercare maestri che insegnino la cura, non solo la tecnica. Recuperare l’origine della professione, che è accompagnare e comunicare. La comunicazione crea fiducia e permette di fare scelte condivise, reciproche: è una forma di cura anche per il professionista
D: E se potessi dare un consiglio alla Chiara che partiva per New York, dieci anni fa, cosa le diresti oggi?
Le direi di rischiare di più, anche allora, sulle cure palliative. E di fidarsi delle persone che incontra lungo la strada.
A novembre tornerò a New York per un corso proprio su questi temi. Sono ambiti che richiedono conoscenza, ma anche confronto. La formazione, per me, non è solo aggiornamento: è la possibilità di creare relazioni, di scambiare esperienze con colleghi che affrontano le stesse scelte difficili e cercano, come me, di sostenerle con competenza e umanità. Ogni congresso, ogni corso è un’occasione per costruire una rete, nazionale e internazionale, di persone che hanno voglia di condividere e trasmettere sapere. Quando hai la responsabilità di un paziente, desideri avere tutti gli strumenti, tutta la conoscenza possibile, per poterlo accompagnare nel modo migliore.
D: Negli ultimi anni diversi studi parlano di traumi inter- e transgenerazionali, mostrando come esperienze di dolore o perdita possano lasciare tracce anche biologiche nelle generazioni successive. Nella tua esperienza con famiglie che vivono una nascita difficile o una perdita perinatale, ti capita di vedere questa memoria emotiva all’opera?
Sì, assolutamente. Sono esperienze che lasciano segni profondi e che richiedono una presa in carico dell’intera famiglia. Collaboriamo con associazioni che sostengono genitori di prematuri e famiglie in lutto, aiutando anche i fratellini a prepararsi a salutare il neonato. È un percorso che aiuta a costruire un senso, a trasformare il dolore in memoria e presenza.
D: Nel tuo percorso c’è un equilibrio raro tra scienza, etica e spiritualità. In aula, come si fa a parlare di etica senza cadere nella morale?
La bioetica è sempre più centrale, anche perché oggi abbiamo strumenti e possibilità che prima non c’erano. Ho scelto di approfondire questi temi con un master proprio per capire meglio il concetto di proporzionalità delle cure. Valutiamo insieme, come équipe, l’adeguatezza degli interventi, tenendo conto sia dei dati oggettivi sia della gravosità soggettiva per il paziente. L’etica è riflessione condivisa, non giudizio.
D: “Il compito del medico è non lasciare soli i genitori, anche quando non c’è nulla da fare”. Come si insegna a un futuro medico o infermiere a restare quando non si può guarire?
Oggi molti giovani vedono il medico come quello delle serie TV, sempre in azione. Ma la medicina è nata nei luoghi dove si moriva, non dove si guariva. Dobbiamo recuperare il senso originario della cura, che non è delegabile alla tecnologia. Quando ti trovi davanti alla morte, se non hai strumenti per starci, sei impacciato. Chi lavora nelle cure palliative accompagna anche l’équipe in questo percorso: esperienze difficili, ma che arricchiscono profondamente.
D: Se potessi consegnare alla generazione di nuovi medici una sola parola-chiave per il futuro, quale sarebbe? E uno strumento?
Direi che la parola chiave è mentori. Cercare maestri che insegnino la cura, non solo la tecnica. Recuperare l’origine della professione, che è accompagnare e comunicare. La comunicazione crea fiducia e permette di fare scelte condivise, reciproche: è una forma di cura anche per il professionista
D: E se potessi dare un consiglio alla Chiara che partiva per New York, dieci anni fa, cosa le diresti oggi?
Le direi di rischiare di più, anche allora, sulle cure palliative. E di fidarsi delle persone che incontra lungo la strada.