Il trauma nel bambino
Dalla Bulgaria agli USA, passando per la SUPSI: il percorso di Zlatina Kostova - Blog Formazione continua
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A marzo, La Formazione continua SUPSI accoglierà Zlatina Kostova come docente del corso Il trauma nel bambino: la prospettiva clinica e i suoi effetti, rivolto a professionisti che lavorano con bambini, famiglie e sistemi educativi.
Zlatina Kostova è psicologa clinica, direttrice della formazione di Lifeline for Kids presso la University of Massachusetts Chan Medical School ed esperta in interventi evidence-based sul trauma. Il suo percorso professionale attraversa tre Paesi (Bulgaria, Italia e Svizzera) e prosegue negli Stati Uniti, dove oggi guida programmi formativi e di ricerca di rilievo internazionale. In questa intervista racconta come il trauma influenzi lo sviluppo, perché è fondamentale leggere la storia del bambino più che il comportamento, e cosa significa lavorare con un approccio realmente informato al trauma. Un’anticipazione preziosa dei contenuti che proporrà nel corso.
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Zlatina Kostova, PhD, psicologa clinica e Direttrice della formazione presso il Lifeline For Kids dell'Università del Massachusetts Chan Medical School negli Stati Uniti.
D: Puoi raccontarci la tua esperienza professionale?
Sì, assolutamente. Ci tengo però a fare una premessa, perché ritengo che il mio percorso professionale sia indissolubilmente legato a quello personale. Senza la mia storia e la mia famiglia non avrei potuto arrivare dove sono oggi.
Sono cresciuta in Bulgaria fino ai diciott’anni. Vengo da due genitori splendidi, che hanno attraversato momenti storici di grandi cambiamenti. Anche se sono cresciuti in modo diverso, mi hanno dato stabilità, supporto e sicurezza: le basi, secondo me, per una crescita sana, nei bambini come negli adolescenti. Questa base mi ha permesso di volare. A diciott’anni sono andata in Italia, dove mi sono laureata in Psicologia Clinica all’Università di Bologna. È stato un percorso molto bello, grazie anche al sostegno dei miei professori e mentori. Poi mi sono trasferita in Svizzera, all’Università della Svizzera italiana, dove ho conseguito un dottorato di ricerca lavorando con pazienti affetti da malattie croniche. Ho studiato il ruolo del supporto sociale nella gestione della malattia e nel processo di accettazione. Come se non bastasse, sono poi arrivata negli Stati Uniti. Mi ritengo molto fortunata, perché ho avuto la possibilità di vivere e formarmi in tre Paesi diversi.
D: Andiamo nel dettaglio, cosa puoi raccontarci del tuo percorso negli USA?
Alla fine del dottorato mi sono resa conto che mi mancava qualcosa: il contatto diretto con le persone. Volevo unire la parte accademica con quella clinica. Il mio supervisore, il professor Schulz, mi ha spronata a venire negli USA, a Boston, come visiting scholar alla Northeastern University, per concludere la mia dissertazione. Non avevo il “sogno americano”, ma una volta arrivata ho trovato un ambiente molto stimolante e pieno di opportunità. Ho quindi seguito una specializzazione post-dottorale in psichiatria, con focus sulle terapie evidence-based per bambini e adolescenti. Sapevo che volevo lavorare con loro, e mi sono specializzata in particolare nella Trauma-Focused Cognitive Behavioral Therapy (TF-CBT). Attualmente sono direttrice della formazione di Lifeline for Kids, presso il Dipartimento di Psichiatria della University of Massachusetts Chan Medical School, uno degli ospedali universitari più grandi degli Stati Uniti. Sono anche docente di psichiatria nella stessa università. E senza le relazioni stabili, i mentori e i professori che mi hanno guidata e dato fiducia, tutto questo non sarebbe stato possibile.
Sì, assolutamente. Ci tengo però a fare una premessa, perché ritengo che il mio percorso professionale sia indissolubilmente legato a quello personale. Senza la mia storia e la mia famiglia non avrei potuto arrivare dove sono oggi.
Sono cresciuta in Bulgaria fino ai diciott’anni. Vengo da due genitori splendidi, che hanno attraversato momenti storici di grandi cambiamenti. Anche se sono cresciuti in modo diverso, mi hanno dato stabilità, supporto e sicurezza: le basi, secondo me, per una crescita sana, nei bambini come negli adolescenti. Questa base mi ha permesso di volare. A diciott’anni sono andata in Italia, dove mi sono laureata in Psicologia Clinica all’Università di Bologna. È stato un percorso molto bello, grazie anche al sostegno dei miei professori e mentori. Poi mi sono trasferita in Svizzera, all’Università della Svizzera italiana, dove ho conseguito un dottorato di ricerca lavorando con pazienti affetti da malattie croniche. Ho studiato il ruolo del supporto sociale nella gestione della malattia e nel processo di accettazione. Come se non bastasse, sono poi arrivata negli Stati Uniti. Mi ritengo molto fortunata, perché ho avuto la possibilità di vivere e formarmi in tre Paesi diversi.
D: Andiamo nel dettaglio, cosa puoi raccontarci del tuo percorso negli USA?
Alla fine del dottorato mi sono resa conto che mi mancava qualcosa: il contatto diretto con le persone. Volevo unire la parte accademica con quella clinica. Il mio supervisore, il professor Schulz, mi ha spronata a venire negli USA, a Boston, come visiting scholar alla Northeastern University, per concludere la mia dissertazione. Non avevo il “sogno americano”, ma una volta arrivata ho trovato un ambiente molto stimolante e pieno di opportunità. Ho quindi seguito una specializzazione post-dottorale in psichiatria, con focus sulle terapie evidence-based per bambini e adolescenti. Sapevo che volevo lavorare con loro, e mi sono specializzata in particolare nella Trauma-Focused Cognitive Behavioral Therapy (TF-CBT). Attualmente sono direttrice della formazione di Lifeline for Kids, presso il Dipartimento di Psichiatria della University of Massachusetts Chan Medical School, uno degli ospedali universitari più grandi degli Stati Uniti. Sono anche docente di psichiatria nella stessa università. E senza le relazioni stabili, i mentori e i professori che mi hanno guidata e dato fiducia, tutto questo non sarebbe stato possibile.
Il trauma non è un destino e non definisce il bambino
Zlatina Kostova
D: C’è stato un momento che ti ha fatto capire che il trauma infantile sarebbe stato il tuo campo?
È una bella domanda. Quando sono arrivata negli Stati Uniti, mi sono trovata in uno degli ospedali universitari più grandi del Paese, un luogo dove potevo vedere praticamente ogni settore clinico. Una delle mie prime esperienze è stata nel reparto psichiatrico per adolescenti: molti di loro avevano vissuto traumi complessi. È lì che ho incontrato per la prima volta il concetto di trauma-informed care (cure basate sulla consapevolezza del trauma) e ho compreso che non bastava trattare i sintomi: bisognava capire la storia, l’ambiente, le relazioni. Lavorare con ragazzi che avevano vissuto abusi, trascuratezza e violenza domestica mi ha fatto capire che il trauma non è un evento, ma un’esperienza che attraversa tutto: lo sviluppo, la fiducia, la capacità di regolare le emozioni. Da allora quel filo non l’ho più perso. Mi sono formata sulle terapie evidence-based, cercando di adattarle ai diversi contesti culturali e familiari. Ho imparato anche che nel lavoro sul trauma non si è mai soli: servono le famiglie, i caregiver, le scuole, le comunità. E poi che ogni bambino è diverso. Per questo ho approfondito la cultural sensitivity: capire come cultura, lingua e valori influenzino la percezione del trauma e la risposta terapeutica, è stato fondamentale.
D: Nella tua carriera hai attraversato tre sistemi formativi diversi (quello italiano, quello svizzero e quello statunitense) e oggi guidi un centro accademico di rilievo internazionale. Se dovessi dirlo con sincerità: cosa hai imparato da ciascun posto in cui sei stata a proposito del modo di prendersi cura di un bambino?
Credo che ogni Paese mi abbia insegnato qualcosa di profondamente diverso. Dall’Italia ho imparato il valore della relazione umana, del calore, della connessione empatica. Il sistema italiano, nonostante le sue complessità, è molto relazionale: si dà importanza al contatto, alla fiducia reciproca. E questo, nel lavoro con i bambini, è fondamentale. Dalla Svizzera ho imparato la precisione, la struttura, la qualità della ricerca e della metodologia. È stato lì che ho capito quanto sia importante avere basi solide e un approccio rigoroso, ma anche la necessità di integrare la teoria con la pratica. Dagli Stati Uniti, invece, ho imparato l’innovazione, la multidisciplinarità, la velocità con cui si traducono le evidenze scientifiche in pratiche cliniche concrete. Qui c’è una grande attenzione al training, alla formazione continua, al lavoro di squadra. Ma anche un carico emotivo significativo, quindi bisogna imparare a proteggersi, a prendersi cura di sé come professionisti.
D: E infatti, nella tua esperienza, qual è la competenza che manca più spesso nei professionisti che si avvicinano al lavoro con bambini traumatizzati?
Credo che manchi, e parlo in generale, la capacità di prendersi cura di sé stessi. Sembra paradossale, ma è così. Chi lavora nel trauma, o con bambini e famiglie vulnerabili, ha un livello di esposizione emotiva altissimo. I livelli di burnout, di stress secondario, sono molto più alti rispetto alla popolazione generale. E spesso, nella formazione, ci concentriamo solo sulle tecniche terapeutiche, sugli strumenti, ma non abbastanza sulla regolazione personale, sull’autoconsapevolezza del terapeuta. Io dico sempre: “Non puoi aiutare un bambino a regolare le sue emozioni se tu per primo non lo sai fare”.
Per questo, nelle mie formazioni, includo sempre una parte dedicata alla cura del professionista. Li invito a chiedersi: “Quali sono le mie ancore?”, “Chi sono le persone nella mia vita o nel mio lavoro che mi aiutano a rimanere centrato?”. A volte dimentichiamo che la nostra presenza è lo strumento terapeutico più potente.
È una bella domanda. Quando sono arrivata negli Stati Uniti, mi sono trovata in uno degli ospedali universitari più grandi del Paese, un luogo dove potevo vedere praticamente ogni settore clinico. Una delle mie prime esperienze è stata nel reparto psichiatrico per adolescenti: molti di loro avevano vissuto traumi complessi. È lì che ho incontrato per la prima volta il concetto di trauma-informed care (cure basate sulla consapevolezza del trauma) e ho compreso che non bastava trattare i sintomi: bisognava capire la storia, l’ambiente, le relazioni. Lavorare con ragazzi che avevano vissuto abusi, trascuratezza e violenza domestica mi ha fatto capire che il trauma non è un evento, ma un’esperienza che attraversa tutto: lo sviluppo, la fiducia, la capacità di regolare le emozioni. Da allora quel filo non l’ho più perso. Mi sono formata sulle terapie evidence-based, cercando di adattarle ai diversi contesti culturali e familiari. Ho imparato anche che nel lavoro sul trauma non si è mai soli: servono le famiglie, i caregiver, le scuole, le comunità. E poi che ogni bambino è diverso. Per questo ho approfondito la cultural sensitivity: capire come cultura, lingua e valori influenzino la percezione del trauma e la risposta terapeutica, è stato fondamentale.
D: Nella tua carriera hai attraversato tre sistemi formativi diversi (quello italiano, quello svizzero e quello statunitense) e oggi guidi un centro accademico di rilievo internazionale. Se dovessi dirlo con sincerità: cosa hai imparato da ciascun posto in cui sei stata a proposito del modo di prendersi cura di un bambino?
Credo che ogni Paese mi abbia insegnato qualcosa di profondamente diverso. Dall’Italia ho imparato il valore della relazione umana, del calore, della connessione empatica. Il sistema italiano, nonostante le sue complessità, è molto relazionale: si dà importanza al contatto, alla fiducia reciproca. E questo, nel lavoro con i bambini, è fondamentale. Dalla Svizzera ho imparato la precisione, la struttura, la qualità della ricerca e della metodologia. È stato lì che ho capito quanto sia importante avere basi solide e un approccio rigoroso, ma anche la necessità di integrare la teoria con la pratica. Dagli Stati Uniti, invece, ho imparato l’innovazione, la multidisciplinarità, la velocità con cui si traducono le evidenze scientifiche in pratiche cliniche concrete. Qui c’è una grande attenzione al training, alla formazione continua, al lavoro di squadra. Ma anche un carico emotivo significativo, quindi bisogna imparare a proteggersi, a prendersi cura di sé come professionisti.
D: E infatti, nella tua esperienza, qual è la competenza che manca più spesso nei professionisti che si avvicinano al lavoro con bambini traumatizzati?
Credo che manchi, e parlo in generale, la capacità di prendersi cura di sé stessi. Sembra paradossale, ma è così. Chi lavora nel trauma, o con bambini e famiglie vulnerabili, ha un livello di esposizione emotiva altissimo. I livelli di burnout, di stress secondario, sono molto più alti rispetto alla popolazione generale. E spesso, nella formazione, ci concentriamo solo sulle tecniche terapeutiche, sugli strumenti, ma non abbastanza sulla regolazione personale, sull’autoconsapevolezza del terapeuta. Io dico sempre: “Non puoi aiutare un bambino a regolare le sue emozioni se tu per primo non lo sai fare”.
Per questo, nelle mie formazioni, includo sempre una parte dedicata alla cura del professionista. Li invito a chiedersi: “Quali sono le mie ancore?”, “Chi sono le persone nella mia vita o nel mio lavoro che mi aiutano a rimanere centrato?”. A volte dimentichiamo che la nostra presenza è lo strumento terapeutico più potente.
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Il trauma nel bambino. La prospettiva clinica e i suoi effetti
Il trauma infantile rappresenta una delle principali problematiche di salute globale. Ogni anno, fino a un miliardo di bambini nel mondo è vittima di abusi emotivi, fisici o sessuali. Più di due terzi di questi bambini sperimentano almeno un evento traumatico prima dei 16 anni . In Svizzera, lo studio di Optimus (2018) ha messo in evidenza che tra i 30’000 e i 50’000 bambini sono confrontati alla violenza.
D: Lavori con approcci evidence‑based e con framework quali TF‑CBT: puoi raccontar,ci un caso in cui ha dovuto “adattare” l’approccio standard per rispondere a una specificità culturale o individuale del bambino? Qual è la lezione più grande che hai ricevuto dai bambini con cui ha lavorato?
Direi che l progetto TF-CBT Ukraine, avviato subito dopo l’inizio della guerra, è stata una delle esperienze più significative della mia carriera. L’obiettivo era diffondere su larga scala il framework tra gli psicologi ucraini. Ci ha mostrato quanto ogni terapia debba essere adattata alla cultura e al contesto in cui vivono i bambini. Abbiamo lavorato con minori esposti a stress cronico, spesso costretti a spostarsi più volte, o che avevano perso un genitore. Il primo passo è stato ricostruire un senso di sicurezza, per loro e per le loro famiglie, lavorando molto con i genitori, che stavano vivendo a loro volta delle esperienze traumatiche. L’adattamento non ha riguardato solo i bambini e gli adolescenti, ma anche gli stessi psicologi: la formazione coinvolgeva più di centotrenta professionisti che vivevano nelle stesse condizioni di guerra, spesso senza elettricità o risorse. Abbiamo scelto un approccio flessibile, dedicando una parte importante del percorso al self-care, con dodici consultazioni distribuite nell’arco di un anno oltre alla formazione di base. È stato un progetto che mi ha insegnato una lezione importantissima: non esiste intervento efficace senza prendersi cura, prima di tutto, di chi cura.
D: Nella tua visione, il trauma non è solo clinico ma anche culturale. Cosa significa, in pratica, fare terapia “culturalmente sensibile” con un bambino?
La cultura influenza profondamente il modo in cui i bambini interpretano il trauma e cercano aiuto. Non riguarda solo il Paese d’origine, ma anche la cultura familiare, sociale, religiosa o di comunità, e persino le diverse abilità. Come clinici dobbiamo essere curiosi ed esercitare cultural humility: capire da dove viene il bambino, se la cultura familiare scoraggia l’espressione emotiva, se ci sono convinzioni specifiche sulla salute mentale o esperienze pregresse di trauma. Sono elementi fondamentali per “parlare lo stesso linguaggio”. La cultura è anche consapevolezza della nostra identità e dei nostri bias. E può diventare una risorsa: interessi, cibo, feste, tradizioni sono strumenti potenti per rafforzare il senso di appartenenza e di comunità.
Una delle tue specialità è lavorare con genitori e caregiver: in che modo un intervento sul sistema genitoriale può innescare una trasformazione profonda nel bambino traumatizzato, a volte più efficace di un intervento diretto?
Il fattore numero uno per aiutare un bambino a gestire l’esperienza traumatica è la presenza di almeno un caregiver che offra una relazione basata su sicurezza, stabilità e supporto. Nel lavoro con bambini traumatizzati, il caregiver è spesso il motore più potente del cambiamento: può essere il genitore biologico, affidatario, un assistente sociale o un’altra figura significativa. È importante coinvolgerli con empatia e compassione, aiutandoli a non leggere i comportamenti del bambino come “contro di loro”, ma come l’espressione di un bisogno.
Spesso si dice che il trauma cambia il cervello. Come tradurre questa affermazione in indicazioni pratiche per il terapeuta?
È vero: il trauma cambia il cervello, ma la buona notizia è che il cervello può cambiare ancora. Nei traumi cronici e complessi, soprattutto se avvenuti nella prima infanzia e all’interno del contesto familiare, il cervello si iperattiva nei sistemi di sopravvivenza: lotta, fuga e congelamento. Ciò significa che i bambini possono manifestare scatti d’ira o atteggiamenti oppositivi (lotta), evitare il contatto o cambiare argomento per sottrarsi a una situazione che percepiscono come minacciosa (fuga), oppure apparire immobili o distaccati, quasi “spenti” (congelamento). Sono tutte reazioni normali di fronte a un pericolo reale o percepito. Quando però l’esposizione al trauma diventa cronica, il mondo viene vissuto come costantemente pericoloso e il cervello tende a rimanere intrappolato in questi schemi di difesa. Per questo il primo passo, nel lavoro terapeutico, è ristabilire un senso di sicurezza psicologica: comprendere il bisogno che sta dietro al comportamento e offrire al bambino contesti prevedibili, in cui possa scegliere e sentirsi al sicuro. Molto spesso mi rifaccio "alle tre R".
Direi che l progetto TF-CBT Ukraine, avviato subito dopo l’inizio della guerra, è stata una delle esperienze più significative della mia carriera. L’obiettivo era diffondere su larga scala il framework tra gli psicologi ucraini. Ci ha mostrato quanto ogni terapia debba essere adattata alla cultura e al contesto in cui vivono i bambini. Abbiamo lavorato con minori esposti a stress cronico, spesso costretti a spostarsi più volte, o che avevano perso un genitore. Il primo passo è stato ricostruire un senso di sicurezza, per loro e per le loro famiglie, lavorando molto con i genitori, che stavano vivendo a loro volta delle esperienze traumatiche. L’adattamento non ha riguardato solo i bambini e gli adolescenti, ma anche gli stessi psicologi: la formazione coinvolgeva più di centotrenta professionisti che vivevano nelle stesse condizioni di guerra, spesso senza elettricità o risorse. Abbiamo scelto un approccio flessibile, dedicando una parte importante del percorso al self-care, con dodici consultazioni distribuite nell’arco di un anno oltre alla formazione di base. È stato un progetto che mi ha insegnato una lezione importantissima: non esiste intervento efficace senza prendersi cura, prima di tutto, di chi cura.
D: Nella tua visione, il trauma non è solo clinico ma anche culturale. Cosa significa, in pratica, fare terapia “culturalmente sensibile” con un bambino?
La cultura influenza profondamente il modo in cui i bambini interpretano il trauma e cercano aiuto. Non riguarda solo il Paese d’origine, ma anche la cultura familiare, sociale, religiosa o di comunità, e persino le diverse abilità. Come clinici dobbiamo essere curiosi ed esercitare cultural humility: capire da dove viene il bambino, se la cultura familiare scoraggia l’espressione emotiva, se ci sono convinzioni specifiche sulla salute mentale o esperienze pregresse di trauma. Sono elementi fondamentali per “parlare lo stesso linguaggio”. La cultura è anche consapevolezza della nostra identità e dei nostri bias. E può diventare una risorsa: interessi, cibo, feste, tradizioni sono strumenti potenti per rafforzare il senso di appartenenza e di comunità.
Una delle tue specialità è lavorare con genitori e caregiver: in che modo un intervento sul sistema genitoriale può innescare una trasformazione profonda nel bambino traumatizzato, a volte più efficace di un intervento diretto?
Il fattore numero uno per aiutare un bambino a gestire l’esperienza traumatica è la presenza di almeno un caregiver che offra una relazione basata su sicurezza, stabilità e supporto. Nel lavoro con bambini traumatizzati, il caregiver è spesso il motore più potente del cambiamento: può essere il genitore biologico, affidatario, un assistente sociale o un’altra figura significativa. È importante coinvolgerli con empatia e compassione, aiutandoli a non leggere i comportamenti del bambino come “contro di loro”, ma come l’espressione di un bisogno.
Spesso si dice che il trauma cambia il cervello. Come tradurre questa affermazione in indicazioni pratiche per il terapeuta?
È vero: il trauma cambia il cervello, ma la buona notizia è che il cervello può cambiare ancora. Nei traumi cronici e complessi, soprattutto se avvenuti nella prima infanzia e all’interno del contesto familiare, il cervello si iperattiva nei sistemi di sopravvivenza: lotta, fuga e congelamento. Ciò significa che i bambini possono manifestare scatti d’ira o atteggiamenti oppositivi (lotta), evitare il contatto o cambiare argomento per sottrarsi a una situazione che percepiscono come minacciosa (fuga), oppure apparire immobili o distaccati, quasi “spenti” (congelamento). Sono tutte reazioni normali di fronte a un pericolo reale o percepito. Quando però l’esposizione al trauma diventa cronica, il mondo viene vissuto come costantemente pericoloso e il cervello tende a rimanere intrappolato in questi schemi di difesa. Per questo il primo passo, nel lavoro terapeutico, è ristabilire un senso di sicurezza psicologica: comprendere il bisogno che sta dietro al comportamento e offrire al bambino contesti prevedibili, in cui possa scegliere e sentirsi al sicuro. Molto spesso mi rifaccio "alle tre R".
Le tre R
Prima ci si relaziona, cioè si cerca di capire cosa il bambino stia provando; poi si lavora sulla regolazione emotiva, usando strumenti concreti come il respiro, il movimento o la musica; solo dopo arriva il momento del ragionamento, quando il bambino è pronto a riflettere su come affrontare diversamente la situazione.
Con i genitori utilizzo una triade parallela reassurance, routine e regulation che significa rassicurare, mantenere routine stabili e favorire la regolazione. È un modo per ricordare che la cura passa prima dalla sicurezza e dalla connessione, e solo in seguito dalla comprensione razionale.
Con i genitori utilizzo una triade parallela reassurance, routine e regulation che significa rassicurare, mantenere routine stabili e favorire la regolazione. È un modo per ricordare che la cura passa prima dalla sicurezza e dalla connessione, e solo in seguito dalla comprensione razionale.
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Relazionarsi
Capire cosa il bambino sta provando prima di intervenire.
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Regolare
Aiutare il sistema nervoso a stabilizzarsi: respiro, movimento, musica, routine.
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Ragionare
Solo quando il bambino è calmo può riflettere su come affrontare la situazione.
D: Molti associano il trauma all’evento grave e visibile. Qual è, secondo te, il “trauma silenzioso” più sottovalutato e come riconoscerlo precocemente?
Le rotture relazionali precoci con i genitori, per esempio in presenza di uso di sostanze o disturbi di salute mentale, sono traumi spesso invisibili. Non è la sostanza in sé, ma l’impatto sull’attaccamento sicuro. La trascuratezza è un altro trauma “invisibile”: non lascia segni immediati e diventa la normalità del bambino, ma incide su sviluppo cerebrale, rendimento scolastico e funzionamento sociale, talvolta più di alcuni abusi fisici. Anche i traumi emotivi (bisogni non riconosciuti, essere sgridati per il pianto) erodono autostima e fiducia in sé e negli altri. Riconoscerli presto significa guardare alla continuità delle cure, alla qualità della sintonizzazione emotiva e a segnali come evitamento, iper-vigilanza o difficoltà nel cercare conforto.
D: Si parla sempre più spesso di trauma intergenerazionale ed epigenetica dello stress. Che ricadute pratiche hanno nel lavoro clinico con i bambini? E dove, secondo te, rischiamo fraintendimenti?
Nella maggior parte dei casi di trauma intergenerazionale troviamo storie di traumi infantili anche nei genitori. È quindi essenziale includere la storia del genitore, creando uno spazio sicuro e validante per riflettere su come il proprio passato influenzi la genitorialità. Quanto all’epigenetica, alcuni studi mostrano che traumi materni in gravidanza possono aumentare il rischio di disregolazione nei figli, ma ricordiamo la neuroplasticità: il cervello è modificabile. Costruire una rete di supporto può rimodellare le connessioni e, con esse, la visione del mondo e del futuro. Il rischio di fraintendimento è considerare l’epigenetica come un destino. Non lo è.
D: Il senso di colpa è spesso presente, non solo nella persona (adulta o bambino) traumatizzata, ma anche nei familiari curanti. Come lo si affronta?
Lo si affronta analogamente a come si fa con i bambini. Validiamo e normalizziamo i pensieri e le emozioni. È normale provare colpa, rabbia, tristezza, lutto. Poi passiamo alle tecniche: una delle più efficaci è aiutare il genitore a riparare con il figlio. Una ricerca mostra che circa il 70% del tempo genitore-figlio è in “mancanza di sintonia” e solo il 30% in sintonia: la perfezione non esiste. Conta saper riparare: “So che prima ho reagito in modo forte, mi dispiace…”. Questa competenza relazionale è terapeutica.
D: Guardando al futuro: quali innovazioni (metodologiche, tecnologiche, organizzative) vedi all’orizzonte per il trattamento del trauma nei bambini? Quale sorprenderà di più chi segue oggi il tuo corso?
Stiamo passando da modelli centrati su psicopatologia/diagnosi a modelli che costruiscono resilienza: non sommare dolore su dolore, ma creare protezione e calore, un “buffer” protettivo. Vedo una maggiore integrazione della salute mentale nei servizi educativi e sociali; e, oltre a lotta/fuga/congelamento, stiamo esplorando una quarta risposta: l’affiliazione. Portare i bambini dalla modalità di sopravvivenza a quella di connessione richiede contesti stabili e opportunità. Mi aspetto più coinvolgimento delle persone con vissuti di trauma (co-progettazione, comitati consultivi) e un uso terapeutico del digitale: strumenti che integrano esperienze significative nel percorso terapeutico, senza sostituire la relazione.
D: Oltre ai sintomi evidenti (ansia, disregolazione emotiva, …) del trauma, quali effetti nascosti nel tempo ritieni che spesso vengano trascurati?
Il trauma infantile non si limita alla sfera emotiva: tocca l’intero sviluppo. Influisce sull’attaccamento (perché fidarsi diventa più difficile), sulle scelte relazionali, sulla biologia, con un aumento dei rischi cardiometabolici, sulla regolazione emotiva, sullo sviluppo cognitivo e sull’immagine di sé. La “mappa” interna, infatti, si costruisce attraverso lo sguardo degli altri: senza uno specchio positivo, da adulti possono emergere bassa autostima, difficoltà relazionali e strategie di regolazione poco sane, come l’uso di sostanze.Un concetto utile per leggere questi effetti è quello di diradamento sociale: nei traumi complessi interpersonali, i comportamenti prosociali ricevono poca gratificazione. In pratica, i bambini non percepiscono il beneficio dell’essere accolti o apprezzati, e questo rende più difficile apprendere nuove modalità relazionali. Qui entra in gioco l’approccio trauma-informed care, che sposta la domanda da “Che cosa non va in te?” a “Che cosa ti è successo?”. Senza questo cambio di prospettiva, rischiamo di interpretare come oppositivi o “problematici” dei comportamenti che sono, in realtà, adattamenti a un contesto ostile.
Le rotture relazionali precoci con i genitori, per esempio in presenza di uso di sostanze o disturbi di salute mentale, sono traumi spesso invisibili. Non è la sostanza in sé, ma l’impatto sull’attaccamento sicuro. La trascuratezza è un altro trauma “invisibile”: non lascia segni immediati e diventa la normalità del bambino, ma incide su sviluppo cerebrale, rendimento scolastico e funzionamento sociale, talvolta più di alcuni abusi fisici. Anche i traumi emotivi (bisogni non riconosciuti, essere sgridati per il pianto) erodono autostima e fiducia in sé e negli altri. Riconoscerli presto significa guardare alla continuità delle cure, alla qualità della sintonizzazione emotiva e a segnali come evitamento, iper-vigilanza o difficoltà nel cercare conforto.
D: Si parla sempre più spesso di trauma intergenerazionale ed epigenetica dello stress. Che ricadute pratiche hanno nel lavoro clinico con i bambini? E dove, secondo te, rischiamo fraintendimenti?
Nella maggior parte dei casi di trauma intergenerazionale troviamo storie di traumi infantili anche nei genitori. È quindi essenziale includere la storia del genitore, creando uno spazio sicuro e validante per riflettere su come il proprio passato influenzi la genitorialità. Quanto all’epigenetica, alcuni studi mostrano che traumi materni in gravidanza possono aumentare il rischio di disregolazione nei figli, ma ricordiamo la neuroplasticità: il cervello è modificabile. Costruire una rete di supporto può rimodellare le connessioni e, con esse, la visione del mondo e del futuro. Il rischio di fraintendimento è considerare l’epigenetica come un destino. Non lo è.
D: Il senso di colpa è spesso presente, non solo nella persona (adulta o bambino) traumatizzata, ma anche nei familiari curanti. Come lo si affronta?
Lo si affronta analogamente a come si fa con i bambini. Validiamo e normalizziamo i pensieri e le emozioni. È normale provare colpa, rabbia, tristezza, lutto. Poi passiamo alle tecniche: una delle più efficaci è aiutare il genitore a riparare con il figlio. Una ricerca mostra che circa il 70% del tempo genitore-figlio è in “mancanza di sintonia” e solo il 30% in sintonia: la perfezione non esiste. Conta saper riparare: “So che prima ho reagito in modo forte, mi dispiace…”. Questa competenza relazionale è terapeutica.
D: Guardando al futuro: quali innovazioni (metodologiche, tecnologiche, organizzative) vedi all’orizzonte per il trattamento del trauma nei bambini? Quale sorprenderà di più chi segue oggi il tuo corso?
Stiamo passando da modelli centrati su psicopatologia/diagnosi a modelli che costruiscono resilienza: non sommare dolore su dolore, ma creare protezione e calore, un “buffer” protettivo. Vedo una maggiore integrazione della salute mentale nei servizi educativi e sociali; e, oltre a lotta/fuga/congelamento, stiamo esplorando una quarta risposta: l’affiliazione. Portare i bambini dalla modalità di sopravvivenza a quella di connessione richiede contesti stabili e opportunità. Mi aspetto più coinvolgimento delle persone con vissuti di trauma (co-progettazione, comitati consultivi) e un uso terapeutico del digitale: strumenti che integrano esperienze significative nel percorso terapeutico, senza sostituire la relazione.
D: Oltre ai sintomi evidenti (ansia, disregolazione emotiva, …) del trauma, quali effetti nascosti nel tempo ritieni che spesso vengano trascurati?
Il trauma infantile non si limita alla sfera emotiva: tocca l’intero sviluppo. Influisce sull’attaccamento (perché fidarsi diventa più difficile), sulle scelte relazionali, sulla biologia, con un aumento dei rischi cardiometabolici, sulla regolazione emotiva, sullo sviluppo cognitivo e sull’immagine di sé. La “mappa” interna, infatti, si costruisce attraverso lo sguardo degli altri: senza uno specchio positivo, da adulti possono emergere bassa autostima, difficoltà relazionali e strategie di regolazione poco sane, come l’uso di sostanze.Un concetto utile per leggere questi effetti è quello di diradamento sociale: nei traumi complessi interpersonali, i comportamenti prosociali ricevono poca gratificazione. In pratica, i bambini non percepiscono il beneficio dell’essere accolti o apprezzati, e questo rende più difficile apprendere nuove modalità relazionali. Qui entra in gioco l’approccio trauma-informed care, che sposta la domanda da “Che cosa non va in te?” a “Che cosa ti è successo?”. Senza questo cambio di prospettiva, rischiamo di interpretare come oppositivi o “problematici” dei comportamenti che sono, in realtà, adattamenti a un contesto ostile.
I tre livelli della cura informata al trauma
Trauma-Informed Care
Da: “Che cosa non va in te?”
A: “Che cosa ti è successo?”
Capire la storia, non solo il comportamento.
A: “Che cosa ti è successo?”
Capire la storia, non solo il comportamento.
Trauma-Responsive Care
Aggiunge: “Che cosa è forte in te?”
Valorizza risorse, identità, punti di forza.
Valorizza risorse, identità, punti di forza.
Trauma-Sensitive Systems
Costruire contesti (scuola, servizi, famiglie) che offrano sicurezza, stabilità e relazioni riparative.
D: Nella tua esperienza, qual è la competenza che manca più spesso nei professionisti che si avvicinano al lavoro con i bambini traumatizzati?
In tutti i Paesi in cui ho lavorato, la richiesta è simile: strumenti concreti, interventi mirati, risorse utilizzabili. Tradurre la teoria in pratica, fare assessment accurati del contesto e costruire framework scalabili è fondamentale. Ma la competenza più trascurata rimane un’altra: prendersi cura di sé.Chi lavora sul trauma presenta livelli più alti di burnout. L’approccio trauma-responsive care ci ricorda che, oltre a chiedere “Che cosa ti è successo?”, dobbiamo anche saper guardare a “Che cosa è forte in te?”: questo vale per i bambini, ma anche per gli adulti che li accompagnano. Mappare le proprie reti di supporto, coltivare affiliazioni, allenare abilità di autoregolazione e riconoscere i propri limiti non è un optional: è una condizione per restare efficaci nel tempo.
D: Dopo aver formato migliaia di professionisti in contesti diversi, anche culturali, cos’è che ti sorprende ancora quando parli di trauma infantile?
Mi sorprende, e mi commuove anche, che alla fine siamo tutti esseri umani. Indipendentemente da dove viviamo o da che lingua parliamo, abbiamo tutti gli stessi bisogni: sicurezza, amore, connessione. Quello che mi tocca sempre è quando trovo questo linguaggio universale della vulnerabilità e della speranza. Anche se non ho vissuto ciò che hai vissuto tu, so cosa significa sentirsi persi, senza speranza. Come già detto, un’esperienza che mi ha colpita molto è stata quella in Ucraina. Abbiamo formato psicologi e operatori in pieno contesto di guerra, e abbiamo fatto anche una ricerca sulla loro qualità di vita. Ci aspettavamo livelli altissimi di burnout e di trauma vicario, ma invece abbiamo trovato un dato sorprendente: i loro livelli di compassion satisfaction, la soddisfazione che deriva dal poter aiutare gli altri, erano molto alti. Questo mi ha insegnato che anche nelle situazioni più dure, gli psicologi possono trovare senso e forza nell’aiutare. Implementare terapie, adattarle ai contesti, trovare un modo per gestire lo stress. Molti ci dicevano: “Formarmi per aiutare i bambini del mio paese è ciò che mi dà la forza di andare avanti”.
D: C’è un mito sul trauma infantile che, se potessi, cancelleresti immediatamente?
Sì, assolutamente. Uno dei miti più diffusi è quello secondo cui “i bambini piccoli non vedono, non sentono, non capiscono”. In realtà è proprio il contrario: i bambini più piccoli, che stanno ancora sviluppando i loro sensi e le loro connessioni neurali, percepiscono tutto attraverso i canali sensoriali. Quando in casa ci sono litigi, tensioni o stress, il bambino assorbe l’atmosfera emotiva: il tono di voce, le espressioni facciali, i suoni, i rumori. Tutto questo ha un impatto enorme sul suo sviluppo emotivo e relazionale. Quindi no, non è vero che “non capiscono”: sentono eccome.
D: Una domanda da augurio: se ogni partecipante potesse portarsi via una sola gemma di saggezza che gli cambierà la pratica, quale vorresti rimanesse scolpita?
Il trauma non è un destino e non definisce il bambino. Con percorsi, conoscenze e relazioni giuste, possiamo aiutarlo a integrare l’evento nella propria storia senza identificarvisi. La traiettoria può andare dal disturbo post-traumatico alla crescita post-traumatica: non solo “non essere distrutti”, ma trarre forza da ciò che è accaduto, ritrovarsi e capire chi si vuole diventare.
Aggregatore Risorse
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- In presenza
- 01 ottobre 2025
- Diurna
- Manno, stabile Suglio
- 35.0 ECTS
- 388 ore-lezione
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- A distanza
- 26 marzo 2026
- Diurna
- Online
- 0.0 ECTS
- 4 ore-lezione