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Tecnologie e sanità: strumenti critici per i professionisti - Blog Formazione continua
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Dagli smartwatch che monitorano la salute in tempo reale, ai sistemi di intelligenza artificiale che supportano le diagnosi, fino ai reminder vocali per la terapia; la medicina sta entrando in una nuova era e il sistema formativo deve tenerne il passo.
In questa intervista che segna anche l’avvio di una nuova proposta di Formazione continua dedicata alla sanità digitale, affrontiamo il cambiamento senza giri di parole. Quali sono le tecnologie che stanno davvero trasformando la cura? Chi le progetta, chi le usa, chi le capisce? E soprattutto: siamo pronti ad accettarle piuttosto che subirle?
Ne parliamo con Sara Levati, Docente-ricercatrice senior, Centro competenze pratiche e politiche sanitarie e responsabile del nuovo SAS Tech4Health: la trasformazione digitale in sanità.
Non parliamo solo di sapere che esiste l’IA, ma di capire da dove arrivano i dati, quali sono i modelli sottostanti
D: Quando parliamo di sanità digitale, cosa si intende davvero? Non solo fascicoli elettronici e dati, giusto?
Esatto, è un concetto molto più ampio. Sanità digitale significa un insieme di tecnologie e dispositivi che entrano a far parte della cura quotidiana: dai wearable come gli smartwatch, che raccolgono dati sanitari in tempo reale, agli assistenti vocali progettati per supportare gli anziani nelle case di riposo. Significa anche gruppi di condivisione online, intelligenza artificiale, robotica. È da qui che nasce l’idea di costruire un’offerta di Formazione continua specifica: per aiutare i professionisti a capire queste tecnologie, e sviluppare una maggiore consapevolezza rispetto alle tecnologie già esistenti
D: Cosa sta cambiando davvero con l’arrivo di queste tecnologie nella pratica sanitaria?
Sta cambiando tutto: non solo gli strumenti, ma i processi di cura. Cambia la relazione tra medico, paziente e famiglia. Cambia il modo in cui si monitorano i pazienti, il tipo di dati disponibili, le responsabilità. Si stanno sviluppando soluzioni che permettono agli anziani di restare a casa più a lungo, sensori per il monitoraggio a distanza, reminder vocali per le terapie.
D: Perché questa trasformazione è diversa dalle innovazioni tecnologiche che abbiamo già visto in sanità?
Perché non si tratta di una singola novità tecnologica, ma di una trasformazione strutturale e continua, che sta cambiando profondamente la sanità così come la conosciamo. Oggi ci troviamo davanti a un’evoluzione guidata da due forze principali: da un lato, la crescente complessità dei bisogni di cura; dall’altro, l’innovazione tecnologica che avanza a ritmi rapidissimi. Questo scenario impone un duplice impegno. Da una parte, è fondamentale che i professionisti della salute siano accompagnati in un aggiornamento costante, per non restare indietro rispetto agli strumenti che già oggi stanno ridisegnando il lavoro clinico. Dall’altra, è necessario fornire strumenti critici per compiere scelte consapevoli: capire su quali tecnologie investire, con quale visione e con quali obiettivi.
D: Chi lavora oggi nella sanità ha davvero gli strumenti per gestire questo cambiamento?
Dipende. Sicuramente è necessaria una preparazione adeguata. L’idea alla base di questo nuovo corso nasce proprio da qui: creare un’area dedicata che offra contenuti specifici, che aiuti i professionisti a leggere la tecnologia come parte integrante della cura. È un passo necessario per superare l’idea che la tecnologia sia “altro” rispetto alla clinica.
D: Quali sono le tecnologie che, anche senza far troppo rumore, stanno già cambiando la pratica clinica quotidiana?
Molte delle tecnologie che stanno trasformando la pratica clinica non fanno notizia, ma hanno già un impatto concreto nella vita quotidiana di pazienti e operatori. Un esempio importante è l’intelligenza artificiale applicata alla diagnostica: parliamo di sistemi capaci non solo di supportare le decisioni cliniche, ma addirittura di anticipare diagnosi complesse. Alcuni studi recenti suggeriscono, ad esempio, che sia possibile prevedere un tumore al seno con un anticipo fino a cinque anni.
Ci sono innovazioni più silenziose, e forse per questo ancora più pervasive, che incidono sulla qualità della cura e sulla vita quotidiana delle persone. Sensori per il monitoraggio dei pazienti con demenza, dispositivi che aiutano i caregiver familiari nella gestione domestica, ambienti sempre più domotici che permettono agli anziani di vivere più a lungo a casa propria, rispondendo a un desiderio molto diffuso ma spesso difficile da realizzare. Anche soluzioni apparentemente semplici, come sistemi che ricordano di assumere la terapia o che agevolano movimenti quotidiani (aprire una porta, accendere una luce), fanno parte di questo ecosistema in evoluzione. Sono tecnologie silenziose, ma fondamentali, che stanno cambiando il modo in cui si cura, si assiste, si vive.
D: Hai citato l’intelligenza artificiale: si parla tanto delle sue potenzialità diagnostiche, ma anche dei suoi rischi. Come si possono affrontare seriamente questi aspetti?
Con consapevolezza. Non parliamo solo di sapere che esiste l’IA, ma di capire da dove arrivano i dati, quali sono i modelli sottostanti. Spesso i dati su cui si basano questi sistemi sono sbilanciati: pochi rappresentano donne, stranieri, anziani. È fondamentale che i professionisti sanitari si pongano domande critiche, anche se non sono tecnici: che tipo di dati ha elaborato questo sistema? Cosa può escludere? Solo così si si può evitare di accettare passivamente delle soluzioni proposte che potrebbero essere distorte.
D: Secondo te, quanti professionisti sanitari sanno davvero come funziona un algoritmo di supporto decisionale? E dovrebbero?
Probabilmente pochi, e sì: dovrebbero. Non nel senso di diventare tecnici o ingegneri, ma di acquisire una comprensione di base, sufficiente per orientarsi tra le grandi famiglie di tecnologie e dispositivi che oggi sono già presenti nella pratica clinica.
L’obiettivo del corso è quello di offrire ai professionisti uno sguardo più critico e consapevole, che li aiuti a valutare le scelte di utilizzo e gli investimenti legati all’introduzione delle tecnologie nelle cure. Non basta sapere che esistono: serve interrogarsi su come funzionano, su quali dati si basano e su cosa – o chi – rischiano di escludere, che si tratti di pazienti con storie cliniche atipiche, categorie poco rappresentate nei dataset o pratiche professionali che non rientrano negli standard codificati. In prospettiva, si parla sempre più di medicina personalizzata, dove il medico avrà un ruolo attivo nell’interpretazione dei dati. Ma in molti contesti, soprattutto se pensiamo anche a infermieri e altri operatori sanitari, c’è ancora molta strada da fare per arrivare a una reale familiarità con questi strumenti. E il primo passo è proprio formarsi per non accettare passivamente ciò che il mercato propone.
D: In questa relazione, cosa cambia nel rapporto tra essere umano e tecnologia in sanità?
La tecnologia sta modificando profondamente il modo in cui ci relazioniamo alla salute, non solo come professionisti ma anche come pazienti e caregiver. Pensiamo all’uso di dispositivi digitali che monitorano automaticamente la pressione arteriosa e inviano i dati al medico: fino a qualche anno fa, molte persone, in particolare gli anziani, avrebbero trovato difficile affidarsi a queste soluzioni tecnologiche. Oggi è realtà.
Questo cambiamento ha implicazioni notevoli nella relazione di cura. Quando un medico o un’infermiera affida al paziente parte del monitoraggio – ad esempio attraverso dispositivi che rilevano dati clinici – compie un vero e proprio atto di delega. Ma, a differenza di quanto accade in un’équipe sanitaria tra colleghi, qui la delega va al paziente, che entra così a far parte attiva del processo di cura. Il paziente non è più solo un destinatario passivo, ma diventa un membro consapevole del team, con un ruolo attivo nella gestione della propria malattia e dei trattamenti. Basti pensare al monitoraggio autonomo della glicemia nel diabete, che richiede competenze, responsabilità e partecipazione. Infatti, nel nostro percorso formativo, non ci limitiamo a parlare di tecnologie e dispositivi in sé, ma affrontiamo anche i cambiamenti relazionali e organizzativi che queste innovazioni introducono nel quotidiano della cura. È lì che la trasformazione diventa reale.
D: Come evitare che l’innovazione digitale aumenti le disuguaglianze?
Progettando le soluzioni con le persone che ne dovranno fare uso. Bisogna abbattere le barriere culturali, linguistiche, digitali. Coinvolgere chi normalmente è escluso: pazienti anziani, migranti, persone con difficoltà cognitive. Lavorare su accessibilità e alfabetizzazione. Non possiamo pensare che l’innovazione funzioni per tutti nello stesso modo. Altrimenti rischiamo di amplificare le disparità.
D: Le tecnologie digitali spesso richiedono grandi investimenti. Come può un operatore distinguere tra reale innovazione e marketing aggressivo?
È una sfida enorme. Chi prende decisioni, dai direttori sanitari agli operatori sul territorio, è sottoposto a una pressione continua da parte del mercato. È per questo che serve formazione: comprendere cosa c’è davvero dietro a una proposta, per valutarne l’impatto, la sostenibilità, l’utilità clinica. Come dicevamo prima, anche senza avere un livello di competenza tecnica tale da costruire un dispositivo o seguirne l’intero processo di sviluppo, è fondamentale riuscire a comprenderlo almeno a grandi linee.
Esatto, è un concetto molto più ampio. Sanità digitale significa un insieme di tecnologie e dispositivi che entrano a far parte della cura quotidiana: dai wearable come gli smartwatch, che raccolgono dati sanitari in tempo reale, agli assistenti vocali progettati per supportare gli anziani nelle case di riposo. Significa anche gruppi di condivisione online, intelligenza artificiale, robotica. È da qui che nasce l’idea di costruire un’offerta di Formazione continua specifica: per aiutare i professionisti a capire queste tecnologie, e sviluppare una maggiore consapevolezza rispetto alle tecnologie già esistenti
D: Cosa sta cambiando davvero con l’arrivo di queste tecnologie nella pratica sanitaria?
Sta cambiando tutto: non solo gli strumenti, ma i processi di cura. Cambia la relazione tra medico, paziente e famiglia. Cambia il modo in cui si monitorano i pazienti, il tipo di dati disponibili, le responsabilità. Si stanno sviluppando soluzioni che permettono agli anziani di restare a casa più a lungo, sensori per il monitoraggio a distanza, reminder vocali per le terapie.
D: Perché questa trasformazione è diversa dalle innovazioni tecnologiche che abbiamo già visto in sanità?
Perché non si tratta di una singola novità tecnologica, ma di una trasformazione strutturale e continua, che sta cambiando profondamente la sanità così come la conosciamo. Oggi ci troviamo davanti a un’evoluzione guidata da due forze principali: da un lato, la crescente complessità dei bisogni di cura; dall’altro, l’innovazione tecnologica che avanza a ritmi rapidissimi. Questo scenario impone un duplice impegno. Da una parte, è fondamentale che i professionisti della salute siano accompagnati in un aggiornamento costante, per non restare indietro rispetto agli strumenti che già oggi stanno ridisegnando il lavoro clinico. Dall’altra, è necessario fornire strumenti critici per compiere scelte consapevoli: capire su quali tecnologie investire, con quale visione e con quali obiettivi.
D: Chi lavora oggi nella sanità ha davvero gli strumenti per gestire questo cambiamento?
Dipende. Sicuramente è necessaria una preparazione adeguata. L’idea alla base di questo nuovo corso nasce proprio da qui: creare un’area dedicata che offra contenuti specifici, che aiuti i professionisti a leggere la tecnologia come parte integrante della cura. È un passo necessario per superare l’idea che la tecnologia sia “altro” rispetto alla clinica.
D: Quali sono le tecnologie che, anche senza far troppo rumore, stanno già cambiando la pratica clinica quotidiana?
Molte delle tecnologie che stanno trasformando la pratica clinica non fanno notizia, ma hanno già un impatto concreto nella vita quotidiana di pazienti e operatori. Un esempio importante è l’intelligenza artificiale applicata alla diagnostica: parliamo di sistemi capaci non solo di supportare le decisioni cliniche, ma addirittura di anticipare diagnosi complesse. Alcuni studi recenti suggeriscono, ad esempio, che sia possibile prevedere un tumore al seno con un anticipo fino a cinque anni.
Ci sono innovazioni più silenziose, e forse per questo ancora più pervasive, che incidono sulla qualità della cura e sulla vita quotidiana delle persone. Sensori per il monitoraggio dei pazienti con demenza, dispositivi che aiutano i caregiver familiari nella gestione domestica, ambienti sempre più domotici che permettono agli anziani di vivere più a lungo a casa propria, rispondendo a un desiderio molto diffuso ma spesso difficile da realizzare. Anche soluzioni apparentemente semplici, come sistemi che ricordano di assumere la terapia o che agevolano movimenti quotidiani (aprire una porta, accendere una luce), fanno parte di questo ecosistema in evoluzione. Sono tecnologie silenziose, ma fondamentali, che stanno cambiando il modo in cui si cura, si assiste, si vive.
D: Hai citato l’intelligenza artificiale: si parla tanto delle sue potenzialità diagnostiche, ma anche dei suoi rischi. Come si possono affrontare seriamente questi aspetti?
Con consapevolezza. Non parliamo solo di sapere che esiste l’IA, ma di capire da dove arrivano i dati, quali sono i modelli sottostanti. Spesso i dati su cui si basano questi sistemi sono sbilanciati: pochi rappresentano donne, stranieri, anziani. È fondamentale che i professionisti sanitari si pongano domande critiche, anche se non sono tecnici: che tipo di dati ha elaborato questo sistema? Cosa può escludere? Solo così si si può evitare di accettare passivamente delle soluzioni proposte che potrebbero essere distorte.
D: Secondo te, quanti professionisti sanitari sanno davvero come funziona un algoritmo di supporto decisionale? E dovrebbero?
Probabilmente pochi, e sì: dovrebbero. Non nel senso di diventare tecnici o ingegneri, ma di acquisire una comprensione di base, sufficiente per orientarsi tra le grandi famiglie di tecnologie e dispositivi che oggi sono già presenti nella pratica clinica.
L’obiettivo del corso è quello di offrire ai professionisti uno sguardo più critico e consapevole, che li aiuti a valutare le scelte di utilizzo e gli investimenti legati all’introduzione delle tecnologie nelle cure. Non basta sapere che esistono: serve interrogarsi su come funzionano, su quali dati si basano e su cosa – o chi – rischiano di escludere, che si tratti di pazienti con storie cliniche atipiche, categorie poco rappresentate nei dataset o pratiche professionali che non rientrano negli standard codificati. In prospettiva, si parla sempre più di medicina personalizzata, dove il medico avrà un ruolo attivo nell’interpretazione dei dati. Ma in molti contesti, soprattutto se pensiamo anche a infermieri e altri operatori sanitari, c’è ancora molta strada da fare per arrivare a una reale familiarità con questi strumenti. E il primo passo è proprio formarsi per non accettare passivamente ciò che il mercato propone.
D: In questa relazione, cosa cambia nel rapporto tra essere umano e tecnologia in sanità?
La tecnologia sta modificando profondamente il modo in cui ci relazioniamo alla salute, non solo come professionisti ma anche come pazienti e caregiver. Pensiamo all’uso di dispositivi digitali che monitorano automaticamente la pressione arteriosa e inviano i dati al medico: fino a qualche anno fa, molte persone, in particolare gli anziani, avrebbero trovato difficile affidarsi a queste soluzioni tecnologiche. Oggi è realtà.
Questo cambiamento ha implicazioni notevoli nella relazione di cura. Quando un medico o un’infermiera affida al paziente parte del monitoraggio – ad esempio attraverso dispositivi che rilevano dati clinici – compie un vero e proprio atto di delega. Ma, a differenza di quanto accade in un’équipe sanitaria tra colleghi, qui la delega va al paziente, che entra così a far parte attiva del processo di cura. Il paziente non è più solo un destinatario passivo, ma diventa un membro consapevole del team, con un ruolo attivo nella gestione della propria malattia e dei trattamenti. Basti pensare al monitoraggio autonomo della glicemia nel diabete, che richiede competenze, responsabilità e partecipazione. Infatti, nel nostro percorso formativo, non ci limitiamo a parlare di tecnologie e dispositivi in sé, ma affrontiamo anche i cambiamenti relazionali e organizzativi che queste innovazioni introducono nel quotidiano della cura. È lì che la trasformazione diventa reale.
D: Come evitare che l’innovazione digitale aumenti le disuguaglianze?
Progettando le soluzioni con le persone che ne dovranno fare uso. Bisogna abbattere le barriere culturali, linguistiche, digitali. Coinvolgere chi normalmente è escluso: pazienti anziani, migranti, persone con difficoltà cognitive. Lavorare su accessibilità e alfabetizzazione. Non possiamo pensare che l’innovazione funzioni per tutti nello stesso modo. Altrimenti rischiamo di amplificare le disparità.
D: Le tecnologie digitali spesso richiedono grandi investimenti. Come può un operatore distinguere tra reale innovazione e marketing aggressivo?
È una sfida enorme. Chi prende decisioni, dai direttori sanitari agli operatori sul territorio, è sottoposto a una pressione continua da parte del mercato. È per questo che serve formazione: comprendere cosa c’è davvero dietro a una proposta, per valutarne l’impatto, la sostenibilità, l’utilità clinica. Come dicevamo prima, anche senza avere un livello di competenza tecnica tale da costruire un dispositivo o seguirne l’intero processo di sviluppo, è fondamentale riuscire a comprenderlo almeno a grandi linee.
La Svizzera si conferma un hub mondiale per la med-tech: oltre a un settore che genera più di CHF 23 miliardi di fatturato e 72 000 posti di lavoro, gli investimenti in startup health tech nel 2023 hanno superato i CHF 422 milioni, con oltre 160 realtà coinvolte nell’ecosistema digitale sanitario.
D: Che tipo di sanità potremmo avere tra cinque o dieci anni, se questo processo viene guidato in modo intelligente?
Una sanità più centrata sull’utente, più connessa, più consapevole. Dove le tecnologie non sostituiscono, ma rafforzano la relazione di cura. Per arrivarci, però, serve un cambiamento culturale condiviso. Non basta introdurre dispositivi. Bisogna costruire nuovi approcci insieme, tra professionisti, cittadini e aziende.
D: Nel vostro programma parlate di co-design: cosa significa davvero progettare insieme ai pazienti?
Significa coinvolgere gli utenti fin dall’inizio del processo, ascoltare le loro storie, i loro bisogni, e costruire le soluzioni insieme a loro. Un esempio? Il progetto Make Aware*, con Serena Cangiano, sull’uso degli antibiotici nelle infezioni urinarie. Hanno lavorato con le donne, condividendo esperienze, sfatando tabù, immaginando alternative. È così che si creano soluzioni tecnologiche che abbiano senso.
* MAKE AWARE! è un’iniziativa di ricerca e coinvolgimento civico di SUPSI all’interno del progetto SPEARHEAD. L’obiettivo è raccogliere in modo collaborativo dati e testimonianze sull’uso degli antibiotici e sulla resistenza antimicrobica, trasformandoli in dataset aperti e visualizzazioni. I risultati servono a sensibilizzare, condividere conoscenze e supportare la lotta contro le infezioni urinarie e l’antibiotico-resistenza, ndr.
D: Questo corso è solo un primo tassello: cosa bolle in pentola per la Formazione continua SUPSI?
Sì, è un ambito su cui SUPSI crede molto e su cui sta investendo in modo deciso, proprio perché la digitalizzazione in campo sanitario è una priorità attuale e strategica. Stiamo sviluppando un’area tematica articolata, che includa diversi prodotti formativi: alcuni sono già in fase di progettazione, tra cui percorsi specifici per professionisti attivi nella riabilitazione e un nuovo gruppo di ricerca transdisciplinare. Tutto questo con un approccio ben preciso: lavorare insieme agli interlocutori chiave del territorio per identificare i bisogni reali e costruire soluzioni concrete, sostenibili e condivise. È una visione ampia, interprofessionale, che mette al centro la collaborazione e la co-progettazione come leve fondamentali per affrontare la complessità della sanità digitale.
Una sanità più centrata sull’utente, più connessa, più consapevole. Dove le tecnologie non sostituiscono, ma rafforzano la relazione di cura. Per arrivarci, però, serve un cambiamento culturale condiviso. Non basta introdurre dispositivi. Bisogna costruire nuovi approcci insieme, tra professionisti, cittadini e aziende.
D: Nel vostro programma parlate di co-design: cosa significa davvero progettare insieme ai pazienti?
Significa coinvolgere gli utenti fin dall’inizio del processo, ascoltare le loro storie, i loro bisogni, e costruire le soluzioni insieme a loro. Un esempio? Il progetto Make Aware*, con Serena Cangiano, sull’uso degli antibiotici nelle infezioni urinarie. Hanno lavorato con le donne, condividendo esperienze, sfatando tabù, immaginando alternative. È così che si creano soluzioni tecnologiche che abbiano senso.
* MAKE AWARE! è un’iniziativa di ricerca e coinvolgimento civico di SUPSI all’interno del progetto SPEARHEAD. L’obiettivo è raccogliere in modo collaborativo dati e testimonianze sull’uso degli antibiotici e sulla resistenza antimicrobica, trasformandoli in dataset aperti e visualizzazioni. I risultati servono a sensibilizzare, condividere conoscenze e supportare la lotta contro le infezioni urinarie e l’antibiotico-resistenza, ndr.
D: Questo corso è solo un primo tassello: cosa bolle in pentola per la Formazione continua SUPSI?
Sì, è un ambito su cui SUPSI crede molto e su cui sta investendo in modo deciso, proprio perché la digitalizzazione in campo sanitario è una priorità attuale e strategica. Stiamo sviluppando un’area tematica articolata, che includa diversi prodotti formativi: alcuni sono già in fase di progettazione, tra cui percorsi specifici per professionisti attivi nella riabilitazione e un nuovo gruppo di ricerca transdisciplinare. Tutto questo con un approccio ben preciso: lavorare insieme agli interlocutori chiave del territorio per identificare i bisogni reali e costruire soluzioni concrete, sostenibili e condivise. È una visione ampia, interprofessionale, che mette al centro la collaborazione e la co-progettazione come leve fondamentali per affrontare la complessità della sanità digitale.
E per i professionisti della riabilitazione? La Formazione continua ha pensato a un percorso formativo dedicato, per approfondire questo tema dal loro punto di vista professionale.
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- 14 novembre 2025
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