Pensare la comunità: principi e fondamenti teorici del lavoro sociale comunitario - DEASS
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Il lavoro sociale di comunità promuove benessere collettivo attivando risorse locali e partecipazione. Considera la comunità soggetto attivo, favorendo empowerment, collaborazione e prevenzione. Integra dimensioni sociali e politiche per contrastare disuguaglianze, rafforzare legami e costruire contesti inclusivi, partecipativi e sostenibili.
Introduzione
Il lavoro sociale di comunità rappresenta, senz’altro, uno degli ambiti più complessi e strategici dell’intervento sociale contemporaneo. In un contesto segnato da sempre crescenti disuguaglianze, frammentazione sociale e trasformazioni del welfare, esso si configura come un approccio orientato alla promozione del benessere collettivo attraverso l’attivazione delle risorse locali e la partecipazione attiva dei cittadini. Diversamente dagli interventi centrati sull’individuo, il lavoro sociale di comunità adotta quale unità di riferimento proprio la comunità stessa, intesa nella doppia accezione proposta da Marjorie Mayo: sia lo spazio geografico (località condivisa) sia il sistema dinamico di relazioni, significati, interessi e appartenenze condivisi (comunità d’interessi) (Mayo 2009). Al fine di dare un’ampia definizione di lavoro sociale di comunità, è d’obbligo qui citare Malcolm Payne, secondo il quale esso si focalizza sull’aiutare “le persone con interessi condivisi nel mettersi insieme per ragionare tra di loro sulle proprie esigenze e agire insieme per soddisfarle, sviluppando progetti […] per garantire che le proprie esigenze siano soddisfatte da chi è responsabile” (Payne, 1995, p. 15).
La comunità come soggetto protagonista di un processo dinamico
Fornendo uno dei contributi più rilevanti alla definizione del lavoro di comunità, Marco Marchioni asserisce che la comunità deve essere considerata non come destinataria passiva degli interventi, bensì come soggetto attivo dei processi di cambiamento (Marchioni, 1999). Su questa linea, Tweltrees, autore di un noto manuale dedicato al tema, parla di “processo tramite cui si aiutano le persone a migliorare le loro comunità d’appartenenza attraverso azioni collettive” (Tweltrees, 2006, p. 13). Seguendo questa prospettiva, l’intervento sociale non si limita a fornire servizi, bensì mira a promuovere capacità collettive di analisi, di decisione e di azione. Nel quadro di questa concezione, la comunità stessa dev’essere intesa come una costruzione sociale; propriamente, Zygmunt Bauman ci suggerisce come essa rappresenti sì un luogo simbolico di sicurezza e appartenenza, ma anche un campo attraversato da tensioni tra inclusione ed esclusione (Bauman, 2001). Analogamente, Benedict Anderson introduce il concetto di “comunità immaginate”, mostrando come i legami comunitari siano spesso il risultato di processi culturali e narrativi condivisi (Anderson, 1983).
Si è già detto che un principio cardine del lavoro sociale di comunità è la partecipazione attiva dei cittadini. Tuttavia, essa non determina un semplice coinvolgimento formale, quanto piuttosto un processo attraverso cui le persone acquisiscono potere decisionale rispetto alle questioni che le riguardano. In questo senso, il concetto di empowerment, sviluppato da Julian Rappaport, definisce la capacità degli individui e dei gruppi di esercitare controllo sulle proprie condizioni di vita (Rappaport, 1987). L’empowerment, dunque, si configura come un processo sia individuale sia collettivo, che implica sviluppo di competenze, consapevolezza critica e accesso alle risorse. Un riferimento fondamentale aggiuntivo è, senz’altro, rappresentato dal pensiero di Paulo Freire, il quale pone al centro la “coscientizzazione” come processo educativo e politico. Attraverso il dialogo e la riflessione critica, le persone possono riconoscere le condizioni di oppressione e attivarsi per trasformarle (Freire, 1970).
Per comprendere il valore del lavoro di comunità, è necessario partire da un ripensamento delle modalità di lettura e di azione sui bisogni della comunità.
Collocandosi entro una logica reattiva, gli interventi sociali si sono tradizionalmente concentrati per lo più sull’analisi dei bisogni e delle carenze, portando a reagire dopo che un problema si è manifestato, assumendo perciò carattere prevalentemente riparativo. Il lavoro di comunità, invece, propone un sostanziale cambio di paradigma, orientandosi verso la valorizzazione delle risorse esistenti e promuovendo un approccio orientato alla promozione delle competenze e alla prevenzione. L’approccio Asset-Based Community Development (ABCD), elaborato da John Kretzmann e John McKnight, sostiene che ogni comunità possiede un patrimonio di competenze, relazioni e capacità che può essere attivato per generare sviluppo (Kretzmann & McKnight, 1993). Nel quadro di questa cornice logica, ci rendiamo contro che il ruolo dell’operatore sociale non sta più nel fornire soluzioni esterne, ma si trasforma, orientandosi verso la facilitazione di processi di riconoscimento e mobilitazione delle risorse locali.
Peculiarmente caratterizzato da una forte dimensione politica, il lavoro sociale di comunità si propone di contrastare decisamente le disuguaglianze e promuovere i diritti sociali. Perciò esso non si limita ad intervenire sugli effetti dei problemi sociali, ma si propone di incidere sulle loro cause strutturali. L’approccio conflittuale di Saul Alinsky fa ben risaltare l’importanza dell’organizzazione collettiva e della mobilitazione dal basso per ottenere cambiamenti sociali significativi (Alinsky, 1971). Parallelamente, Nancy Fraser propone una concezione della giustizia che integra la redistribuzione economica e il riconoscimento culturale, rimarcando la necessità di intervenire su più livelli (Fraser, 2003).
Fondato necessariamente su una visione ecologica e sistemica dei problemi sociali, questo ambito di intervento porta a interpretare le difficoltà individuali come il risultato dell’interazione tra i diversi livelli del contesto familiare, comunitario e istituzionale. La teoria ecologica dello sviluppo umano di Urie Bronfenbrenner offre un quadro interpretativo fondamentale, mettendo bene in evidenza come l’individuo sia inserito in una rete di sistemi interconnessi (Bronfenbrenner, 1979). Riferito al più specifico ambito del servizio sociale, questo approccio è stato sviluppato ulteriormente nel “life model” da Carel Germain, che pone una particolare attenzione all’adattamento tra persone e ambiente circostante (Germain & Gitterman, 1980).
Un ulteriore elemento centrale è rappresentato dal capitale sociale, inteso come l’insieme delle relazioni e delle reti che facilitano l’azione collettiva. Secondo Pierre Bourdieu, il capitale sociale costituisce una risorsa legata all’appartenenza a reti durevoli di relazioni (Bourdieu, 1986), mentre Robert Putnam, distingue tra diverse forme di capitale sociale (bonding, bridging, linking), evidenziando il ruolo delle relazioni nel promuovere coesione sociale e partecipazione civica (Putnam, 2000). Nel lavoro sociale di comunità, il rafforzamento delle reti rappresenta un obiettivo strategico, in quanto contribuisce a creare condizioni di fiducia, cooperazione e sostegno reciproco.
Dal punto di vista operativo, il lavoro sociale di comunità si sviluppa attraverso un processo articolato in diverse fasi (6), le quali non sono lineari, ma confluiscono in un processo circolare e riflessivo, in cui l’apprendimento continuo riveste un ruolo fondamentale (Marchioni, 1999). La frase del filosofo parigino Pierre Levy “nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa, tutta la conoscenza risiede nell’umanità” è assai eloquente se pensiamo alla complessità dei problemi di comunità che nessuno può pensare di risolvere da solo. Ne consegue che, affinché il suddetto processo abbia realmente modo di concretizzarsi, è necessario che ciascuno si predisponga ad adottare un atteggiamento tollerante verso i saperi diversi, favorendo così l’adozione di concreti metodi collaborativi, come suggeriscono Ennio Ripamonti e Davide Boniforti (2020). Infatti, secondo gli autori, l’adozione di metodi collaborativi è essenziale in quanto permettono di comprendere meglio la realtà, attivare le risorse locali, costruire soluzioni efficaci, rafforzare legami e capacità collettive, rendere il lavoro sociale più giusto e sostenibile (Ripamonti e Boniforti, 2020).
Sono numerose le sfide che sollecitano, oggigiorno, il lavoro sociale di comunità. Tra queste, possiamo citare la crescente individualizzazione delle società contemporanee (Bauman, 2001); la fragilità dei legami sociali (Putnam, 2000); la diversità culturale e i processi migratori; la digitalizzazione delle relazioni e la crisi dei sistemi di welfare. In un siffatto contesto, il rischio di perseguire una partecipazione solo formale o “retorica”, che non si traduce in reale potere decisionale per i cittadini, è piuttosto elevato. Il lavoro sociale di comunità si configura come un approccio complesso, che integra dimensioni relazionali, politiche e metodologiche. Esso richiede agli operatori sociali non solo competenze tecniche, ma anche capacità di facilitazione, riflessione critica e posizionamento etico. La promozione di comunità più inclusive, partecipative e resilienti implica il riconoscimento del valore delle persone quali protagoniste del cambiamento e l’investimento nella costruzione di legami sociali significativi. In questa prospettiva, il lavoro di comunità rappresenta una risorsa fondamentale per affrontare le sfide del presente e costruire forme di convivenza più giuste e solidali.
Proposte formative
In questo quadro metodologico si innestano 2 formazioni dedicate al lavoro di comunità.
Corso breve Fondamenti del lavoro sociale di comunità: teorie, approcci e processi partecipativi (4 giornate 22-23.10.2026 e 19-20.11.2026)
Il corso è concepito come modulo trasversale destinato a tutte le realtà che si occupano di promuovere, a vario titolo, processi partecipativi e di cittadinanza attiva.
CAS Tra animazione e prossimità: Il lavoro sociale di comunità con i giovani - Pratiche educative, processi partecipativi e cittadinanza attiva (https://www.supsi.ch/il-lavoro-sociale-di-comunità-con-i-giovani.-tra-animazione-e-prossimità-pratiche-educative-processi-partecipativi-e-cittadinanza-attiva)
Si tratta di un CAS progettato grazie ad un gruppo di lavoro di esperti, attori del territorio, dalla SUPSI e coordinato dall’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani. Lo scopo è quello di fornire e condividere, dentro una cornice critica, approcci, esperienze pratiche e strumenti concreti a chi desidera lavorare non soltanto “per” i/le giovani, ma soprattutto “con” i/le giovani. Il percorso intende sostenere la costruzione di contesti educativi e comunitari capaci di promuovere la partecipazione e la cittadinanza attiva, prevenire l’esclusione e la vulnerabilità, e trasformare i luoghi della quotidianità in spazi di opportunità. Ciò significa imparare a leggere il mondo a partire dal loro punto di vista e contribuire, insieme, a cambiarlo.
Il CAS comprende, come primo modulo di base, il corso breve citato sopra “Fondamenti del lavoro sociale di comunità: teorie, approcci e processi partecipativi”.
Riferimenti bibliografici
Alinsky, S. D. (1971). Rules for radicals. Random House.
Anderson, B. (1983). Imagined communities: Reflections on the origin and spread of nationalism. Verso.
Bauman, Z. (2001). Community: Seeking safety in an insecure world. Polity Press.
Bourdieu, P. (1986). The forms of capital. In J. Richardson (Ed.), Handbook of theory and research for the sociology of education (pp. 241–258). Greenwood.
Bronfenbrenner, U. (1979). The ecology of human development. Harvard University Press.
Fraser, N. (2003). Redistribution or recognition? A political-philosophical exchange. Verso.
Freire, P. (1970). Pedagogy of the oppressed. Continuum.
Germain, C. B., & Gitterman, A. (1980). The life model of social work practice. Columbia University Press.
Kretzmann, J. P., & McKnight, J. L. (1993). Building communities from the inside out. ACTA Publications.
Marchioni, M. (1999). Comunidad, participación y desarrollo. Teoría y metodología de la intervención comunitaria. Madrid: Popular, S.A.
Payne, M. (1995). Social work and community care, Basingstoke, NewPalgraweMacmillan.
Putnam, R. D. (2000). Bowling alone: The collapse and revival of American community. Simon & Schuster.
Rappaport, J. (1987). Terms of empowerment/exemplars of prevention: Toward a theory for community psychology. American Journal of Community Psychology, 15(2), 121–148.
Ripamonti E. e Boniforti D. (2020) (a cura di). Metodi collaborativi. Strumenti per il lavoro sociale di comunità. Torino, Le Matite di Animazione Sociale.
Rothman, J. (2008). Multi modes of intervention at the macro level. Journal of Community Practice, 15(4):11-40, University of California, Los Angeles
Tweltrees A. (2006). Il Lavoro sociale di comunità. Come costruire progetti partecipati. Trento, Erickson.